gwcached,7 gwcached,7
Principale - Intervista
23 febbraio 2013

Elezioni - intervista - Il mattino

Zavoli: una riforma speciale per il Mezzogiorno e Napoli

"Sud, bisogna restituire un terzo dell'Italia al mondo"

Dal ruolo della tv in questa campagna elettorale al Mezzogiorno che ha bisogno di una riforma speciale, al forte legame con Napoli: Sergio Zavoli, presidente della commissione di Vigilanza Rai e candidato al Senato in Campania nella lista del Pd, risponde alle nostre domande.
Sta per chiudersi una campagna elettorale in cui le promesse e le accuse hanno coperto i temi e le emergenze del Paese. Dal suo punto di osservazione che impressione trae?
«Che la televisione si è presa, totalmente, il nuovo luogo e la nuova forma della politica. La piazza e il comizio oggi sono l`aspetto arcaico delle elezioni. Un tempo
rispondevano alla passione di quanti, allenati dai manifesti che annunciavano l`arrivo di questo o quel leader, ne vivevano l`atesa come se la storia stess
per fare visita alla loro piccola vita, e la gente lasciasse le case per guardare in faccia il proprio
destino.
La paventata crescita dell`astensionismo e delle forze populiste è il sintomo di una crisi della rappresentanza che va ben oltre la crisi italiana e chiama in causa la salute delle democrazie in Europa. La posta in gioco nelle urne del 24 e 25 febbraio è più alta di quella che qualunque convenienza elettorale immagina?
«L`astensionismo è la fine dell`immedesimazione collettiva, quando ciascuno pensa ai partiti separandoli dalla politica, facendone uno spettacolo che tenta di agglutinarsi coltivando la diversità più personale che sociale, più populista che popolare senza nessi storici e culturali, psicologici ed emotivi».
Se dal voto la governabilità risultasse a rischio o del tutto inesistente sarebbe saggio puntare su un governo di grande coalizione dotato di una maggioranza ampia e trasversale su un programma di legislatura, o
piuttosto su un governo tecnico di breve durata in grado di far approvare una nuova legge elettorale riportando il Paese alle urne?

«I pretesti per dover voltare le spalle ai principi e alle regole, cioè alle ragioni del diritto e del dovere comuni, animavano le identità antropologiche di quando non si poteva "voltar gabbana" e la politica finiva per confondersi tra un privilegio elitario e un`innocente milizia. All`infuori, beninteso, delle congiunture
più drammatiche, quando i messaggi si affidavano a mezzi
espressivi fortemente ineguali. Oggi, per esempio, prendersela con l` euro e l`Europa, la Germania e lo spread, le banche e la finanza, cito temi forti e rischiosi è un esercizio effimero: non ci si appassiona a ciò che non si sa o non si capisce. Anche per questo il qualunquismo non ha una struttura generalizzata, organica;
è fatto di tante solitudini che si cercano e si mettono insieme per consistere in qualcosa di comune, ma che in definitiva lasciano la parola sempre al retore
di grana grossa. Proprio Napoli, dopo la seconda guerra mondiale, inscenò una grande commedia pseudo-politica, avendo a disposizione un maestro che dava l`illusione di parlare al popolo sulla scia di una metafora pirandelliana: quella dei cappottini della scolaresca, che messi insieme sembravano, da lontano, una specie di divisa, tutti uguali, tutti insieme, tutti vuoti...».
L`eventuale coabitazione nella stessa maggioranza di forze di ispirazione radicale e di forze centriste è compatibile con l`urgenza di varare riforme strutturali di stampo liberale che facciano ripartire la crescita?
«Le coalizioni o si fondano sui programmi o rischiano che gli adesivi perdano il collante e l`insieme si sfasci. Ma imparare la lezione non dipende solo dal maestro o dagli studenti, occorre anche disporre di testi aggiornati,
più agili e realisti, che si valgano, sì, di grandi lasciti ideali e culturali, ma non prigionieri delle remore ideologiche viavia rivelatesi infide e fuorvianti. Occorre, insomma, rifiutare ciò che non libera più, ma rigonfia e appesantisce, dichiarando la rinuncia alle
liturgie ossificanti, alle vischiosità della politica salmodiante e opportunistica».
Quali sono a suo giudizio i primi problemi del Paese?
«La prima urgenza sarà la verifica di un Parlamento in grado di esprimere una ragionevole quantità e qualità della sua saldezza democratica e riformista. Poi, lavoro, giustizia, solidarietà. Il resto, subito dopo».
Il coinvolgimento di vertici di grandi gruppi pubblici e privati in inchieste giudiziarie alla vigilia delle elezioni fa ipotizzare una corruttela diffusa nei gangli
centrali dell`economia che non risparmia le stesse istituzioni. È una nuova Tangentopoli?

«Il peggio che si poteva tentare di nascondere alla vigilia delle elezioni dovrebbe avere già dato
i suoi frutti. Dove ciò non fosse accaduto, andrebbe colto il segno del perdurante, irredimibile compromesso di una "poltiglia politicante" che continua a eludere la norma scritta dai Padri costituenti per tutto il popolo,
in un`Italia da rifondare perché rimasta il segno di un`impunita resistenza a una normalità democratica ancora troppo ai margini in un Paese avvezzo a digerire
anche gli sgarri più gravi».
O piuttosto c`è una questione giudiziaria che pesa sul Paese e impone riforme radicali a salvaguardia
dell`autonomia dei poteri?

«Da quando scrissi Ma quale giustizia ho motivo di interrogarmi su questa inesausta, ma vitale domanda. Certo, anche la giustizia richiede una rivisitazione che conduca ai tanti eccessi venuti al pettine "della più delicata amministrazione dell`equità nazionale",
per dirla con Calamandrei. Atutt` oggi non conosco nulla
da conquistare che sia più equo della normalità, prima luce della giustizia».
Una delle riforme più urgenti è quella del lessico con cui il Paese si racconta? Qual è lo stato di salute della comunicazione pubblica?
«Napoli è qualcosa di più, e di meglio, rispetto a ciò che essa lascia vedere. Non ho mai smesso di credere che nessun altro luogo d`Italia, neppure Firenze, si identifica così tanto con la propria vocazione più metafisica e interiore, ma anche meno astratta e irreale. Già due secoli orsono, negli anni dei Lumi, Napoli
seppe cogliere, quasi d`istinto, l`intelligenza della Storia. Ebbene, quel po` di illuminismo italiano fu per primo il suo. Ed è ciò che più è mancato alla comprensione
di un guasto storico cui va imputata la sconfitta di Napoli trasformata dai bigottismi più o meno forti, e non solo nazionali, che sono costati la reale divisione
del Paese. Tutto dovrà essere riconducibile a ricerca, saperi e cultura, sciogliendo dolenti dilemmi
tra legalità e trasgressione, ordine e arbitrio, fellonia e civismo, per liberarsi del tutto dal "disincanto razionale, quasi razionalistico", intravisto da Piovene
nel suo celebre viaggio; quando, per "ripudiare le illusioni", Napoli volle rispondere alla grande scritta con la calce sui muri di Matera dai quali Mussolini
annunciava che "La questione meridionale non esiste". Il resto grava ancora in qualche forma su tutto il Paese.
Il Mezzogiorno è dunque la diffusa amnesia delle politiche pubbliche. Perché?
«Più pubbliche che private, per la verità. Perché lo Stato, nel suo lungo farsi nazionale e repubblicano,
non ha generato nulla - lasciando prendere molti abbagli
- con le sue provvidenze e i suoi "voti di scambio". Penso a quel pantheon di "profeti disarmati" che fecero capo, per esempio, a Dorso, Fortunato, Salvemini, e via così, lungo una narrazione inquietante che, da sé, illustra una
solenne, storica colpa».
Come si ribalta quest`equilibrio e come si rimette il superamento del divario Nord-Sud al centro di una politica riformista?
«Assegnando al Mezzogiorno una riforma speciale, ma volta a trovare i mezzi per disingannare i rassegnati, i deboli, gli sconfitti. Ciò potrà farsi solo restituendo a
un terzo della nostra Patria patrimoni e strumenti culturali, sociali e civili che resero possibili i
primati del Sud in ogni grande settore della vita pubblica addirittura europea».
Vent`anni fa lei era a Napoli come direttore de Il Mattino, in una stagione di fiducia e di speranza
per la città che indusse a parlare di Rinascimento napoletano. Oggi torna come candidato del Pd. Com`è cambiata Napoli dal suo punto di vista?

«È cambiata, intanto, rinunciando all`idea di dover trasformare in una specie di risorsa pressoché genetica lo stato di subordinazione pubblica da cui trarre
solo un`assistenza insufficiente, precaria, addirittura qua e là truffaldina, che ha lasciato prosperare
il crimine portato a forme e dimensioni d`imprenditoria, la debolezza delle regole, un vago sentimento della comunità, cioè del mettere in comune il rigore civico e l`etica collettiva».
E oggi, ma soprattutto domani?
«Sono passati i secoli, non solo i ventenni. Dopo tante prove Napoli non vive più una sorte designata come una condanna. Napoli non vuole più consistere nelle proprie sventure perché la sua natura non è più quella di dover
vivere nelle proprie sventure, essendone persino il "palo". Tanto meno è disposta a resistere solo inghiottendo le sue disgrazie. E se le definissimo, semplicemente, colpe e chiamassimo a renderne conto lo Stato democratico? Albert Schweitzer, il Nobel che a Lambaréné vinse la lebbra, salutandomi mentre salivo
sul battello che mi avrebbe ricondotto a Leopoldville, si congedò dicendomi, per concludere un lungo incontro: "Ma fino a quando non diremo cose che a qualcuno
dispiaceranno non diremo mai, per intero, la verità". Napoli la sta dicendo».


tag
elezioni   mezzogiorno  
condividi
gwcached,7
gwcached,7
gwcached,7