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Principale - Intervista
17 febbraio 2013

Il teatrino di Shakespeare - Il Secolo XIX

Follini: I big come Riccardo III, da oggi addio agli scrupoli

E ora che la campagna elettorale entra nella sua ultima settimana e deve difendere la sua visibilità tra cronache vaticane, cronache giudiziarie e cronache canore, quale
sarà il suo registro? Alzerà la voce per sovrastare un frastuono non poco ostile, oppure la abbasserà lievemente per mettersi in sintonia con lo spirito di un paese smarrito?
Shakespeare a suo tempo indicava due modelli di conduzione
degli affari pubblici, l`uno agli antipodi dell`altro. A un estremo c`è Riccardo III, l`ultimo re della tanto bistrattata dinastia York. "I bisogni di Stato ammonisce
- non consentono meschini scrupoli nei grandi disegni".
Riccardo è quasi l`emblema della cattiveria. Egli ammette:
"Non so adulare e lusingare, non so sorridere, lisciare,
ingannare, fare il francese, la scimmia cortigiana". In compenso, sa mentire: "Sono troppo ingenuo e infantile per questo mondo" prova (vanamente) a schermirsi. E soprattutto sa combattere, anche troppo: ""Dovrò esser chiaro ? I bastardi li voglio morti; e voglio che
ciò venga fatto subito". E ancora: "Se non ci sono nemici stranieri batteremo i ribelli di casa nostra". D`altro canto, una volta scelto il registro della lotta all`ultimo
sangue non c`è modo di fermarsi, dato che "ogni peccato
porta a un altro peccato". All`estremo opposto c`è Enrico
V, il modello del leader votato alla buona politica. Egli è colui che sconfigge i francesi ma evita inutili persecuzioni, risparmia sulla ordinaria crudeltà
e si mostra capace di non perdere mai quel senso di umanità che dovrebbe accompagnare i grandi combattimenti di un`epoca cavalleresca. Il suo mandato ai soldati è di non infierire, per quanto è possibile, contro i nemici. Il suo orgoglio è di non aver provocato troppe sofferenze. E il suo manifesto programmatico è tutto racchiuso in una frase giustamente celebrata: "Quando la clemenza e
la crudeltà si disputano un regno, è il giocatore più mite che vince". Ora, fin qui la nostra campagna è stata improntata per la verità più alla contesa che alla clemenza. Grillo ha raccolto e fatto sua una diffusa rabbia popolare. Berlusconi ha nutrito il proposito della rimonta con frasi non troppo magnanime verso i suoi avversari. Bersani ha evitato di cullarsi troppo placidamente sui favori del pronostico. E perfino Monti ha scelto di indossare i panni per lui inconsueti del combattente. Non proprio il vituperato modello di
Riccardo III, ma quasi. Certo, una campagna di salamelecchi è irrealistica. Resta da vedere se la tecnica di combattimento, così lontana da ogni forma di clemenza, sia la più adatta a interpretare i bisogni profondi
e le più superficiali curiosità del paese. Specie in una fase di passaggio epocale come quella che stiamo attraversando.



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